Peter Pan e l'orizzonte dei rossi
(Fridrich Nietzsche)
“Chi pensa per concetti e non per immagini, tratta la lingua con la medesima crudeltà di colui che vede soltanto le categorie sociali e non gli uomini” (Ernst Jünger).
Vi è una visione costante che illumina il lavoro di Giorgio Bevignani e questa consiste in una filosofia dell’arte che ho origine da un modulo concreto replicato, amplificato espanso nell’ambiente alla ricerca di interazioni e profondità sempre diverse. Concettualmente questo modulo è la pietra, ma non tanto una pietra trovata, raccolta o forgiata, quanto una pietra ideale, una milestone, che parte direttamente dall’uomo e che sia da questi generata. Bevignani ha trovato questa regolarità attraverso l’idea di una possibilità di replicabilità infinita almeno pari alla sua possibilità trasformativa. Aveva bisogno di un mondo atomico per costruire il suo de rerum natura. Questo lo ha trovato in una forma che è materia, sostanza, ma soprattutto forma, sagoma, profilo, qualcosa che non sempre ha bisogno di essere illuminato dal di fuori perché lo è perfettamente dal di dentro. Per puro paradosso queste estrema semplicità oggettuale e concettuale è autosufficiente come una monade, pura e impenetrabile.
Come a dire che è la pietra, fatta a mano da materiali come la terracotta o il cemento, che diventa il concetto che si confronta con la poetica delle opere. Infatti l’artista ha sentito il bisogno di decantare e sublimare l’intellettualità che gli è propria, cioè il processo culturale che lo conduce all’elaborazione del singoli lavori, con un elemento fisico semplice, comune. Dato che lo costruisce lui stesso, è l’artista che si propone come faber e sapiens sapiens , tanto per restare al gioco del primitivismo, contemporaneamente. In questa logica della creazione non vi può essere delega, non si possono spostare i termini della questione semplicemente al progetto, oscurando l’esecuzione. Questa nasce nella notte del pensiero e al limite della pietra, sui bordi della sua ombra. Non vi è alla fine né un prima né un dopo, ma soltanto la cosa inverata, il pensiero che si materializza in una struttura particolare, modulare, reticolare eppure sempre volutamente low tech, o in cui comunque la tecnologia c’è ma non deve essere notata.
Giochi di spostamenti, derive. Alla fine Giorgio Bevignani ha cercato una sua propria proposizione in un mondo di asserzioni e di citazioni. Dato che la sua poetica ha solide radici nella letteratura o nella filosofia, ha compreso come la semplicità della visione delle cose deve rimanere aggrappata alla solidità dei colori, della materia pulsante, del fluoro e dello zolfo, e anche del valore cangiante e metamorfico della relazione con la luce.
I suoi lavori hanno due caratteristiche importanti che vanno subito sottolineate: i tempo e la mutevolezza. Il tempo appartiene alla pazienza, al fare, alla tela fatta e disfatta, ma anche al piacere di osservare la lancetta che scorre mentre si manipola la crea, mentre di creano questi atomi imperfetti di una nuova fisica. In secondo luogo la cangianza appartiene interamente allo spirito del tempo, ma anche alla filosofia eraclitea in cui le forze elementari del mondo si danno da fare per danzare insieme, ma certamente è il fuoco che trasforma e produce la varietà di cui il mondo ha bisogno. D’altra parte il fuoco non solo serve per cuocere gli alimenti, funzione fondamentale per discernere i tipi di civiltà, ma illumina anche, tiene lontani gli animali feroci (fauves), protegge e si sposa perfettamente con l’aria dandole quel movimento che taluni filosofi hanno interpretato come la quintessenza della vita.
Giorgio Bevignani è un presocratico. Almeno a livello di un proprio (quanto universale) punto di partenza o chiave della natura e del mondo. E’ un cercatore di forme e pensieri, di relazioni tra gli elementi della natura e i manufatti dell’uomo, tra le visioni mediatiche e le sostanze prodotte dalla manualità ripetuta e costante. Ma è un filosofo greco delle origini che ha letto anche la teoria quantistica o a cui qualche dio nascosto gliel’ha suggerita in un sogno profondo, di quelli in cui non sappiamo se sogniamo o siamo sognati. Alla fine si può dire che il suo lavoro abbia a che fare con gli exempla, con quelle forme di affioramento del pensiero astratto in concrezioni visibili e anche tangibili. Per questo è bene sottolineare che quando si parla di exempla, non s’ interviene certo a livello semplicemente di memoria, di aforisma o di apodissi. Si parla di una vera e propria rinascita, di un ritorno ma in chiave attualizzata in modo tale il tempo ci possa alitare sopra un’altra volta e in modo nuovo. Per delineare i termini di questa particolare e originale poetica nell’arte contemporanea è bene quindi tenere presente come il lavoro, la temporalità espansa, la ricerca di una medietas tra la risorgenza del passato e l’apparizione dell’assoluto.
Così ”Peter Pan e l’Orizzonte dei Rossi”, opera recentissima, propone non solo una visione totalizzante di una sospensione straordinaria di elementi, ma mette a confronto l’idea della giovinezza eterna, del restare bambini comunque, al sogno di rappresentare tutti i rossi possibili. Lavoro di grande capacità di coinvolgimento in cui la scoperta del mondo coincide con la sua creazione. E sulla simbologia di questo colore ci si potrebbe sempre perdere da Bonifacio VIII, inventore del rosso cardinalizio, fino (ancora una volta) al fuoco, alla purificazione, alla rubedo della trasmutazione alchemica: ma nel caso di Bevignani conviene fermarsi al valore dell’epifania del colore. Come nell’opera ”Perpiero”, del 2007, la dedica a Piero Della Francesca nasconde l’exemplum dei tre colori tratti dalla leggenda della Vera Croce di Arezzo il rosso aranciato, il blu cobalto e il nero che diventano una nuova storia, una nuova leggenda, un’ installazione in cui il colore viene liberato dalla forma e diventa padrone dello spazio e della luce.
A questo proposito si manifesta pienamente il termine della cangianza della variazione proprio in un lavoro come ”Diaphora”, del 2008, in cui i moduli in terracotta dipinti con i pigmenti e il fosforo, variano con la sensibilità della luce, con il progredire delle ore, della fisica dei raggi e delle particelle. Un lavoro in cui ancora una volta il colore diventa il termometro dell’ambiente, il misuratore della mutevolezza della vita, della sua incredibile quanto eterna infanzia. Le opere di Bevignani misurano la differenza. E per paradosso proprio ”Le Visioni di Medusa”, 2009, racconta la vicenda di Poseidone innamorato di Medusa, una delle gorgoni, che per dispetto vide tramutati in serpenti i suoi capelli dalla dea Atena, la quale fece sì che chiunque le guardasse gli occhi venisse tramutato in pietra. Strana storia, perché questo simbolo di fissità e di morte diede poi vita, quando Perseo la uccise, alla creatura alata simbolo della fantasia, Pegaso. Mondo sottomarino e celeste coincidono in una dimensione in cui anche i suoni diventano un flebile lamento, la voce diventa musica e viceversa, per dimostrare ancora una volta che gli spostamenti di senso sono alla base di ogni mutamento ultra/terreno.
Aspetti che si affacciano anche nella gigantesca installazione “Cirri”, 2008, 50 metri quadri, in cui la regola del gioco è quella di fare e disfare il mondo come già sa benissimo la natura instancabile. Le nuvole, quasi impossibili da conoscere, sempre diverse, sempre più leggere di qualsiasi pensiero vi si posi sopra, sono anche un richiamo personale alla nonna, ad una biografia sempre nascosta volutamente e con grande discrezione. Nel segno del passaggio, dello scorrere, del riverrun Joyciano, è anche “Pharma”, 2007, torrente toscano dell’infanzia ma anche luogo in cui l’acqua termale diventa spettacolo, cioè sintesi di fuoco e acqua, di elemento aereo e fluido.”The Jordan’s red Water”, 2008, invece al tema del fiume, il Giordano in questo caso, associa un elemento classico di purificazione e di memoria del primo battesimo, l’acqua che purifica, all’attualità del sangue che scorre in Palestina nella guerra senza fine con Israele. Ancora una volta l’attualità continua il movimento del tempo senza fratture, in uno spostamento progressivo: l’acqua contenuta nel catino colora di un altro rosso la vita che termina e non inizia.
E la presenza del fosforo, come sostanza reattiva alla luce, ma anche nella sua forza minerale, si affianca a quella sulfurea di un’opera il cui il titolo forma uno splendido gioco di parole: “ Soufresouffre”, 2008. Lo zolfo soffre, ma mai come noi che assistiamo a questa continua trasmutazione della materia che ha ironici, come sempre, richiami al mondo sulfureo e diabolico (metafora dell’arte), ma ha anche la consapevolezza di abitare un territorio di confine tra cielo e terra. Ancora una volta tout se tient, nell’opera di Giorgio Bevignani proprio perchè gli elementi naturali e quelli culturali si avvicinano o si separano per ricongiungersi sempre un po’ più avanti. Sarebbe troppo facile parlare di alchimia, ma certamente l’ artista giunge ad un sincretismo linguistico che non ha tempo, che si sottrae a qualsiasi omologazione artistica, come è stato ed è con lo sculture anglo-indiano Anish Kapoor.
E torniamo alle pietre, al loro significato e alla loro forma incerta, chiara quanto indefinita. In Giorgio Bevignani è la modularità a creare differenza, ma in un senso quasi biologico, verso un assoluto naturale che diventa forma ed essenza del mondo. ”La danza delle Pietre”, in cui il riferimento all’omonimo libro di Charles Malamoud, vuole recuperare l’idea della ritualità vedhica in cui il sacrificio umano veniva “rappresentato” attraverso quello di una pianta che diventava soma. Questo è sia una divinità induista, sia il succo vegetale che consentiva ai sacerdoti di uscire da se’ e vivere nella dimensione degli dei. Ma il soma è per noi occidentali anche il corpo, quella parte materiale dell’essere che ci avvicina alla terra che continua collegarci con la madre di tutte le cose. Quindi “la danza delle pietre” è la metafora della catena degli esseri, la danza degli uomini che viaggiano nell’universo per cercare quello che hanno dimenticato in se stessi.
Valerio Dehò
Bogotá instalada
Esta tendencia acaba de cumplir su primera convocatoria en Bogotá, ‘Lugares Comunes’ (hasta el 8 de noviembre), adelantada por la Secretaría de Cultura y la Fundación Gilberto Alzate Avendaño. Un jurado de especialistas convocamos a creadores con ciertas cualidades que los conectase de modo íntimo con los hábitos, frustraciones e ideales de la inmensa y fraccionada Bogotá. Racimos de plátanos que colgaban de una ventana, en la avenida Jiménez con 4a., obra del mexicano Héctor Zamora, son insólitos. Pero tienen el gusto de traspasar un ambiente rural a otro urbano, dislocar la visión, pues la verdad es que este fruto madura en la misma ciudad que luego los ingiere. El italiano Giorgio Bevignani se vino a Bogotá siguiendo las huellas de Gaitán, al que en su adolescencia relacionaba erróneamente con Mussolini. Así nació su intervención con globos rosas en infinidad de matices en la fachada del Teatro Jorge Eliécer Gaitán, inspirado en un pasaje de la Divina Comedia, lluvia de piedras incandescentes, donde lo violento y lo lujurioso se entremezclan. La violencia y la esperanza de un mito fundador de la ciudad. El paisa Juan Peláez crea vallas sobre la avenida Caracas que, al titularlas ‘Nubes’, hace ver, más bien, la contaminación que las nutre en su recorrido amenazante. De la misma manera, otros artistas han instalado obras en Usaquén, Puente Aranda, Usme, Bosa, Los Mártires, la iglesia de San Francisco o sobre el lenguaje bogotano. Se consolida con esta iniciativa de instalación simultánea en Bogotá, si bien aún sin suficiente potencia, la tendencia del nuevo milenio, el paso de una cultura del arte a otra de carácter cultural o antropológico, en la que se destaca la importante función que cumplen hoy los artistas, uno de los grupos más activos y creativos en la vida urbana y más críticos frente a las distintas formas del poder.
Armando Da Silva
Shapes
Il progetto espositivo si sviluppa in una logica di connubio tra luogo, installazioni scultoree e performing arts ridefinendo lo spazio espositivo che diviene per l’evento piattaforma artistica, poetica e teatrale.
La pratica artistica di Giorgio Bevignani da sempre oscilla tra la pittura e la scultura dando luogo attraverso un approccio sperimentale nell’uso della materia, del colore e della forma, unitamente ad un’inedita rielaborazione di concetti scientifici e filosofici filtrati dalla storia e dal contemporaneo, a opere definibili “pittosculture”.
Se quella che stiamo vivendo è una contemporaneità destabilizzante, attraverso la sua pratica artistica Giorgio Bevignani indaga il nostro “qui ed ora” rapido e mutevole trattandolo come evento spaziotemporale incluso nel “tutto esistente”. I mutamenti rapidissimi, le condizioni di instabilità, la progressiva perdita di riferimenti, risultano come indici nel tentativo di recuperarne ciò che ancora rimane di eterno e divengono strutture sospese, frammenti semantici completamente preservati in corpi deflagrati, collage scultorei formati dall’alternanza ritmica di elementi modulari e minimali composti secondo una logica dispositiva fatta di pieni e vuoti dove lo spettatore, come in una sorta di danza nell’epoca del disincanto, è invitato ad inter-agire al richiamo di chiarificazione.
Nove le opere selezionate, Il grande muro blu, Muro rosso 1, Muro rosso 2, Le nove terre di Siena, le più recenti Cirri, Pharma, Lampsaco, Perpiero e Lucandrea, create in un lasso di tempo che va dal 1989 al 2006.
Una prima visione d’impatto infonde nello spettatore sentimenti di fascino e contemplazione per apparire subito dopo in tutta la loro complessità ed ambiguità semantica ed estetica, dovute alla discordanza tra singolo elemento e composizione finale. “Forme” dove l’apparenza e la configurazione dell’ “oggetto creato” è in contrasto con il significato, il contenuto e la sostanza di cui esso è composto.
La serie dei muri è stata realizzata in concomitanza alla caduta del muro di Berlino; Se è vero che ogni volta che l’uomo perde la sua strada torna a copiare la natura, Giorgio Bevignani così vicino per sensibilità artistica ai cambiamenti epocali legati agli eventi di un anno di svolta come il 1989, simula la pietra, facendone riaffiorare la trama attraverso l’uso di cera e spatola bollente.
Secondo una matericità alla Burri, un’azione “teatrale” alla Pollock e caricandoli di significato attraverso il colore, Bevignani riproduce blocchi di marmo come elementi costitutivi di sculture che rappresentano qualcosa che in realtà non sono.
Nel Grande muro blu il colore funziona come concetto visivo e il blu, proposto in 42 sfumature, rappresenta la libertà. Il muro di Bevignani è in realtà una barriera deflagrata, quasi trasparente, dalla struttura non lineare ma composta ad arco che, perdendo durezza e rigidità, crea uno spazio interno fluido, interagisce con lo spettatore e lo accoglie.
Partendo dagli stessi presupposti, anche Muro rosso 1, Muro rosso 2 e le Nove terre di Siena, acquistano il loro vero significato attraverso l’analisi endogena della forma finale dell’installazione ed attraverso il colore, dove rosso significa “verità”.
Concepita per essere vista al buio con luce ultravioletta Cirri si presenta come un’apparizione visionaria dalla severità leggera. La semplicità delle forme, l’innocenza della composizione e la grandiosità delle dimensioni evocano nello spettatore un abbandono contemplativo.
Composta di 144 moduli dalle dimensioni, forme e colori diversi l’uno dall’altro, l’installazione è basata sulla teoria numerica di Fibonacci e impostata sulla piattaforma simbolica del quadrato inclinato. Lo spazio di Cirri é infinito, deflagrato in frammenti, “pietre sospese” che si muovono oscillando, si intrecciano, ruotano, s’illuminano e mutano di colore. Lo spazio fisico dell’installazione svanisce come contenitore, risulta straniante, disorientante, diviene spazio interiore.
Cirri parla nel silenzio mettendo a nudo l’anima dello spettore, emozionandolo nell’intimo, interrogandolo sul “vero” dell’esistenza umana.
L’installazione scultorea Pharma, composta di 55 moduli realizzati in 55 varianti del colore verde acqua, è concepita per essere sospesa a grandi altezze, si sviluppa su un piano verticale inclinato in diagonale ed appare come una cascata d’acqua nel buio o una valanga di massi in caduta libera.
Basati sulla logica di ambiguità estetica i moduli rappresentano sia i sassi del letto del fiume omonimo che l’acqua. La solidità é restituita dalle forme casuali delle pietre, realizzate dall’artista in una logica di decostruzione deriddadiana dove il nuovo, il fatto e la mano del realizzatore sono cancellati, la liquidità é data dal fosforo che lambisce ogni singolo modulo come acqua luminescente.
Se lo scenario caratteristico del mondo contemporaneo è la fuga della natura dal paesaggio, Giorgio Bevignani con Pharma riconsidera il binomio umanità/natura e lo colloca al di fuori della sua strutturazione abituale evocando nello spettatore il perduto sentimento del sublime. La sospensione di Pharma nel luogo decontestualizza lo spazio, il tempo diviene percezione dell’intangibile.
Non ha un inizio né una fine, Lampsaco é un frammento di onda della luce che continua all’infinito, una sequenza polimerica a spirale che si attorciglia su sé stessa sospesa nello spazio senza alcun riferimento rispetto al piano di gravitá, una curva costante.
L’installazione scultorea, composta di 21 moduli in terracotta, segue un registro di allineamento reiterativo in una logica di spazio infinito.
Metafora del presente, con Lampsaco Bevignani interpreta il compimento nichilista connesso al “post” rappresentando l’eterno qui ed ora, caratteristico della nostra epoca composta di frammenti e di molteplici punti di vista.
Lucandrea è una ludica e spettacolare rappresentazione delle nuove teorie sulla materia, si presenta come un’agglomerazione di 34 moduli, frammento ingigantito di nebulosa energetica composto da particelle implose attorno a un’onda.
Se l’artista è come un cacciatore nel buio che spara e qualche volta colpisce, Giorgio Bevignani attraverso la sua ricerca artistica tende a ricoprire il ruolo dello “scienziato” pre-moderno o post-moderno che pensa con i sensi e ricerca attraverso la sintesi di scienza, filosofia e arte.
Triade sospesa cromatico/spaziale composta secondo un affascinante equilibrio di colore, forma e spazio, Perpiero si compone di tre grandi moduli sferoidali. L’installazione formalmente si ispira ai tre personaggi di spalle in Lamentazione di Giotto alla cappella Arena di Padova, e cromaticamente nella sequenza arancione, nero e azzurro cobalto, ai tre personaggi nella scena affrescata Identificazione della vera croce di Piero della Francesca nella chiesa di San Francesco ad Arezzo.
L’importanza della scena, la creazione di uno spazio estraneo ad una dimensione temporale definita e il rimando all’idea di elementi generatore di vita, sono le chiavi di lettura dell’installazione.
Granada
Fachada Teatro Jorge Eliecer Gaitán
Obra
Su trabajo suele situarse sobre fachadas de edificios públicos, para proponer una transformación de sus referencias culturales. Le interesan particularmente los edificios que parecen señalar cambios en el rumbo histórico de una determinada ciudad y que por lo tanto pueden presagiar nuevos desarrollos. En Bogotá llamó su interés la relación entre eventos históricos determinantes en la vida de la ciudad y algunos edificios modernos. Con su señalamiento de un elemento urbano concreto, y sus historias relacionadas, intenta situarse dentro de la respuesta emocional y sensitiva de los transeúntes.
La percepción de sus obras es diferente entre el día y la noche, como resultado de un cambio de coloración, que ocurre por una respuesta de las piezas a las condiciones lumínicas de su entorno. Las dimensiones y el número de elementos instalados varían según las dimensiones de la fachada que es intervenida, y su morfología hace alusión a las formas de distintos tipos y tamaños de rocas.
Jaime Ceron
Stick out like a sore thumb
In linea con quella nuova tipologia espositiva[1] performativa e celebrativa, all’interno della quale il messaggio artistico si manifesta con la creazione di un panorama semiologico realizzato attraverso il connubio di diverse discipline, STICK OUT LIKE A SORE THUMB[2] si caratterizza come “installazione integrata” che unisce scultura e video arte.
In STICK OUT LIKE A SORE THUMB, lo scenario che ci appare davanti emerge dal buio totale attraverso un neon ultravioletto che reagisce al fluoro di 155 elementi modulari sospesi, reiterati sino all’infinito da un gioco di specchi.
Proiettato sull’installazione, il video – composizione di immagini rappresentanti una sorta di “anima mundi” contemporanea restituita deflagrata su ogni modulo – è ritmato dal collage di suoni ideati da Piero Santi.
Attraverso questa tecnica di parcellizzazione tridimensionale delle forme e delle immagini, Giorgio Bevignani porta la ricezione visiva su un nuovo livello prospettico e sensoriale. L’esperienza estetica coinvolge la psiche del fruitore che, attraverso il gioco di proiezioni, si ritrova rivestito di altri “sé” e degli imput che il mondo quotidianamente invia.
L’effetto è ridondante, caleidoscopico, straniante, disorientante.
La frammentazione reiterata dell’installazione scultorea e le immagini del video, rappresentano metaforicamente la frammentazione del mondo contemporaneo impoverito dalla mancanza di valori e la natura dell’identità, sempre più fuggevole e inafferrabile, composta da tanti elementi pronti a modificarsi come i tasselli di un “cubo magico” a seconda delle circostanze.
Se la nostra società ci sta scivolando di mano e la nostra vita pare rivelarsi un trucco da illusionisti, in STICK OUT LIKE A SORE THUMB l’io dello spettatore esce di scena, avvolto dai simulacri di altri possibili io, proiettato in altri eventuali luoghi, esorcizzando le proprie proiezioni mentali attraverso la sua deflagrazione.
Come la vera natura dell’installazione è la sua percezione globale attraverso l’assemblaggio di tanti elementi, la deflagrazione per Bevignani resta un’ azione positiva, atta a riformare un’ unità diversa ma eccitante ed eccezionalmente bella.
[1] Ad esempio Celebration Park di Pierre Huyghe o gli eventi degli United Visual Artists
[2] Stick out like a sore thumb: idioma anglosassone che significa “essere facilmente riconoscibile come diverso”, qui inteso nell’accezione in cui la diversità si riferisce a qualcosa di individuale, eccitante ed eccezionalmente bello.
Pinturas
Nella Galleria Diners di Bogotà si trova la mostra artistica di Giorgio Bevignani. Per lui la sua opera è il risultato di un processo, dove l’eredità genetica si esprime tramite il subconscio e lo porta alla ragione. E’ un viaggiare da sempre e verso l’infinito; della materia all’energia, cercando l’armonia, il silenzio e la calma della natura.
Non è straneo che un italiano si esprima così, Italia conserva congelata la storia,custodendo,con sigillo i suoi segreti e permettendo che i suoi abitanti li progettino con i loro sguardi , nuovi, del uomo attuale.
L’opera di Giorgio esprime la capacità di sorprendersi davanti a piccoli dettagli della pietra, dove l’energia, si comprime, come un urlo nel silenzio. Dettagli che limita geometricamente l’occhio scultore dell’artista. Dettagli che si convertono in aria, acqua, movimento e forza, dove la natura fluisce liberamente, alla ricerca della calma.
La ragione esige il materiale adatto per esprimere quello sentito, ed è cosi come Giorgio scegli la cera; materiale che fluisce con il caldo e permette modellarsi dal subconscio, limitarsi e solidificarsi, dalla ragione. L’oleo e il colore fluiscono sopra carta, ottenendo la sensazione della libertà e dell’infinita continuità del cosmo.
Soltanto un uomo la cui sensibilità e analisi trascende il quotidiano, può esprimere la natura attraverso una sintesi che la divinizza. S’impara, con rispetto, il miracoloso processo di questa, al fermarsi di fronte all’opera di Giorgio Bevignani.